canzoni che vivono

Nelle comunità rurali del Piemonte, come di altre aree geografiche, la trasmissione orale per secoli è stata l’unica risorsa per tramandare mestieri, lingua, tradizioni e saperi che sono stati archiviati nella memoria di una umanità sovente relegata ai margini della storia. La mancanza di documentazione scritta ha fatto sì che, come afferma C. Nigra riferendosi al canto, il popolo desse «opera a una redazione perpetua». Inevitabilmente un’enorme quantità di dati è stata elaborata, corrotta e anche dimenticata.

Intorno alla metà dell’Ottocento, «quando gli studi sulla poesia popolare comparata non esistevano o iniziavano appena» (Nigra), in area anglosassone F.J. Child, in Italia Giuseppe Ferraro, Costantino Nigra, Oreste Marcoaldi, Alessandro D’Ancona, Giuseppe Pitrè e altri condussero indagini sul campo recensendo e pubblicando un considerevole corpo di testi di canzoni che divenne oggetto di studi linguistici ed etimologici (G.I. Ascoli). Tuttavia, data la loro formazione letteraria, questi studiosi dedicarono scarsa attenzione alle musiche.

In Piemonte, le prime trascrizioni di musiche di canti popolari compaiono nei primi decenni del Novecento per opera di L. Sinigaglia. A partire dagli anni Sessanta la registrazione audio consente l’acquisizione di altre fonti musicali grazie al lavoro di Roberto Leydi, Franco Coggiola, Amerigo Vigliermo. Pertanto, andando indietro nel tempo, di molto repertorio si ignorano sia le caratteristiche musicali sia la prassi esecutiva.

Vogliamo ridare il suono ad alcuni di quei componimenti poetici – altrimenti destinati a non avere voce – e riconsegnarli al presente. Ne abbiamo scelti alcuni e li abbiamo reinventati improntandoli a una «virtuale» vocalità piemontese che, in modesta misura, pensiamo di conoscere tramite le testimonianze del secondo Novecento, queste, per altro, già ampiamente contaminate da influenze musicali estranee al mondo della tradizione popolare. L’operazione è ovviamente suscettibile di critica ma è prevalso il desiderio di recuperare e divulgare in chiave moderna quello che riteniamo essere un prezioso patrimonio.

La rielaborazione musicale ha tenuto conto di un modo di cantare sopravvissuto nelle municipalità rurali soprattutto in ambito liturgico. In Piemonte molte parrocchie hanno sempre avuto un nucleo corale più o meno organizzato in cui la vocalità popolare si trasferiva spontaneamente nel repertorio sacro. Un certo modo di improvvisare seconde e terze voci sulla linea principale, molto diffuso fino al primo periodo post conciliare che vide un rinnovamento del repertorio liturgico, ha suggerito gli arrangiamenti. A tale consuetudine sono riconducibili i ruoli vocali maschili e femminili, mentre le figure ritmiche e le articolazioni armoniche sono più aderenti alla contemporaneità.

Raramente il canto era accompagnato da sostegno strumentale ma, lontani dal voler tentare ricostruzioni filologiche senza avere riscontri documentali, abbiamo di volta in volta utilizzato gli strumenti che ci sono sembrati adeguati al brano.

Alcuni brani sono nostre creazioni, una sorta di continuità con il passato.